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PaaS: Google lancia App Engine
Scritto da Enrico Bertini | 8 Aprile 2008
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Google ha da poco lanciato Google App Engine, un ambiente applicativo integrato altamente scalabile nonché fault-tolerant, il quale consentirà agli sviluppatori software di eseguire le proprie applicazioni web usufruendo dell’infrastruttura informatica della stessa Google. C’erano stati in proposto diversi rumors ed indiscrezioni in questi giorni, i quali avevano riguardato soprattutto BigTable, il sistema di database distribuito che Google utilizza per fornire molti dei suoi servizi web, e che, una volta aperto agli sviluppatori, si sarebbe posto in diretta competizione con il servizio SimpleDB di Amazon. Ebbene, il sito web del Google App Engine specifica che si tratta in pratica di una piattaforma applicativa (Platform-as-a-Service) basata su Python, la quale offre funzionalità di web serving dinamico, un servizio distribuito di data storage che supporta queries e transazioni (BigTable), un’altissima scalabilità nonché load balancing, una serie di APIs, ed un ambiente di sviluppo locale che simula la stessa piattaforma sui computers degli sviluppatori (l’SDK è invece scaricabile da qui). Il sito web del Google App Engine specifica inoltre che non ci sono costi da sostenere per iniziare ad utilizzare questo nuovo servizio, basta semplicemente iscriversi ad esso, sviluppare le proprie applicazioni e pubblicarle: le registrazioni sono però limitate ai primi 10.000 sviluppatori, ed esistono altresì delle limitazioni concernenti l’uso applicativo dell’account gratuito (500MB di data storage e banda/CPU per 5 milioni di page views mensili). Ed oltre che dell’Amazon SimpleDB, il Google App Engine si pone come diretto concorrente anche dei servizi EC2 ed S3.
Categorie: Google
SaaS, DaaS, PaaS, ecc.: l’informatica è “sulle nuvole”
Scritto da Enrico Bertini | 8 Aprile 2008
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SaaS, DaaS, PaaS. Ovvero Software-as-a-Service, Database-as-a-Service, Platform-as-a-Service. Delle nuove tipologie di servizi IT che consentono praticamente a chiunque di creare applicazioni software, databases e servizi Web di qualunque genere, il tutto usufrendo di piattaforme informatiche in modalità utility computing comprensive di storage, backups, data replication, data protection, security, ecc., perciò evitandogli di sostenere ingenti costi infrastrutturali per l’acquisto, la manutenzione, il supporto e/o l’aggiornamento delle stesse infrastrutture informatiche. E sulla base dei modelli di computing propri di questi nuovi tipi di servizi, il tutto è detto avvenire "on the cloud", cioè letteralmente "sulle nuvole", in quanto a livello infastrutturale tali servizi poggiano su "nuvole di computers" i quali, agendo come se fossero un tutt’uno, consentono di assegnare ad ogni singola applicazione software e/o servizio web delle risorse di elaborazione on-demand, nonché in maniera altamente scalabile. Di conseguenza, ciò che realmente si paga "on the cloud" è ciò che davvero si consuma. 
Cloud Computing: la frontiera - la prossima Google potrebbe non possedere alcun server
Scritto da Enrico Bertini | 25 Febbraio 2008
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Un sempre maggior numero di applicazioni software di utilizzo corrente sono (o diventeranno) applicazioni Web, quindi di fatto applicazioni SaaS (Software as a Service) residenti ed eseguite su computers di terzi nonché manutenute da questi ultimi, disponibili praticamente "on the cloud", vale a dire sulla rete Internet (il Web) vista come una gigantesca piattaforma operativa integrata: tali applicazioni sono o saranno perciò usufruibili on-demand e a mò di servizio. Sto parlando, ad esempio, di applicazioni di "Office on the Cloud", uno dei paradigmi applicativi che si sono affermati più di recente, e consistente nella possibilità da parte delle aziende di affidarsi ad applicazioni Web per gestire le proprie attività di business ed i propri dati, aziende che così possono fare a meno di ricorrere a software acquistati, licenziati, oppure sviluppati e manutenuti "in casa": pensate ai servizi offerti da Salesforce.com, alle Google Apps Premier Edition, ma anche a diversi altri servizi, ed avrete il quadro. Inoltre, un ulteriore paradigma emergente è rappresentato dal cloud computing, cioè dalla possibilità di servirsi di "nuvole di computers" i quali, lavorando come se fossero un tutt’uno, sono in grado di eseguire complesse applicazioni software distribuite di tutti i generi, delle applicazioni che sono capaci di sostenere dei carichi elaborativi altamente variabili in maniera dinamica (sono applicazioni scalabili, cioè), in dipendenza dell’uso contemporaneo che di esse viene fatto da parte degli utenti. Il motore di ricerca Google rappresenta, ad esempio, una di queste superapplicazioni, ma anche quelli di Yahoo! o di Microsoft, per intenderci. 
IBM: il cloud computing ed il progetto Kittyhawk
Scritto da Enrico Bertini | 8 Febbraio 2008
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IBM ha da poco annunciato di aver dato vita ad un progetto/consorzio denominato RESERVOIR, acronimo di Resources and Services Virtualisation without Barriers. Si tratta di un progetto riguardante il cloud computing, ed è il frutto di una iniziativa congiunta intrapresa da Big Blue e da 13 suoi partners europei con l’obbiettivo di sviluppare tecnologie in grado di automatizzare la domanda di risorse di cloud computing usufruibili in qualità di servizi a supporto della web economy. RESERVOIR sarà finanziato con fondi europei per 17 milioni di Euro, ed il coordinamento del progetto sarà affidato al centro di ricerca IBM esistente presso Haifa (Israele). Nell’annuncio IBM ribadisce anche il concetto di cloud computing, spiegando che questo descrive un approccio emergente di tipo infrastrutturale per il quale vasti insiemi di sistemi informatici vengono collegati per formare un tutt’uno allo scopo di fornire servizi IT, e che le potenti risorse computazionali messe da disposizione da tali servizi sono indispensabili per le esigenze delle moderne applicazioni online (flussi real-time, architetture SOA, mashups, open collaboration, social networking, ecc.). E per tutti coloro ai quali questo concetto non fosse ancora chiaro, riporto quanto già detto precedentemente su Stalkk.ed, e cioè che il cloud computing è un nuovo paradigma di computing, conosciuto anche come utility computing, per il quale le risorse di elaborazione computerizzata (risorse computazionali), e più in generale le risorse "IT" (computers, storage, sistemi operativi, applicazioni software), sono fornite alla stregua di risorse quali acqua od elettricità. 
Categorie: IBM
Sun Microsystems: non più data centers in-house entro il 2015
Scritto da Enrico Bertini | 14 Gennaio 2008
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Data Center Knowledge riporta che Sun Microsystems eliminerà ogni data center SunIT entro il 2015, portando a 0 il numero di data centers costruiti e gestiti internamente ed affidandosi ad un nuovo approccio unificato basato sul cloud computing e sulle architetture SaaS (Sofware as a Service). Entro il 2013 l’azienda si è infatti posta l’obbiettivo di consolidare la propria infrastruttura SunIT, riducendone lo spazio, i costi operativi, nonché i consumi energetici del 50%, per poi azzerarla completamente a partire dal 2015. Sun opera dei propri servizi di cloud computing (o utility computing) attraverso il sito web Network.com, fa notare l’articolo di Data Center Knowledge, e fornisce soluzioni per la creazione di data centers virtualizzati come il Project Blackbox, ed è esattamente su tali servizi e soluzioni che l’azienda baserà il proprio piano di trasformazione infrastrutturale. E tutto questo è in sostanza ciò che dichiara Brian Cinque, Data Center Architect di Sun Microsystems il quale, mediante un articolo sul suo blog, comunica le decisioni che l’azienda di Santa Clara ha adotatto in merito al futuro delle proprie infastrutture informatiche.
Il cloud computing avanza.
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