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Online Advertising: l’avvento dei Fan-Sumers? (parte 2)
Scritto da Enrico Bertini | 12 Novembre 2007
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Per ciò che concerne l’innovazione introdotta dal Facebook Ads, su Fortune David Kirkpatrick scrive: “Don’t compare Facebook’s new ad system to anything you’ve seen on Google, television, or any other advertising medium you can think of. Compare it instead to Amazon.com or eBay. That’s because, while advertising as we know it today may very well be a good profit engine for the social networking company, its new Facebook Ads program is also about e-commerce — that is, selling“, evidenziando come la strategia di Facebook punti a far leva sul marketing del passaparola (word-of-mouth marketing) e sul grafo sociale dei membri del social network al fine di vendere prodotti e servizi via e-commerce ed al fine di promuovere brands. Kirkpatrick dice anche che il meccanismo delle SocialAds ricalcherebbe in qualche modo quello delle user reviews di Amazon, con l’intento di raccomandare prodotti e marchi agli amici, i quali, se acquistati, garantirebbero presumibilmente a Facebook l’introito di una commissione (proprio come su Amazon). Ed anche se Facebook distingue tra “friendship” e “fanship” (se si tratta di un brand), “To now attempt to inject commercial information into that social graph — and to do so without disturbing the human relationships that have allowed Facebook to thrive — is fascinating, ambitious, and highly risky“.

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Online Advertising: l’avvento dei Fan-Sumers? (parte 1)
Scritto da Enrico Bertini | 8 Novembre 2007
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Facebook ha da poco lanciato Facebook Ads, un sistema pubblicitario integrato con l’intero social network. Durante il Facebook Social Advertising Event, Mark Zuckerberg lo ha annunciato insieme a partners del calibro di Coca-Cola, Blockbuster, CBS, Sony, Verizon, ecc., e, ovviamente, Microsoft. Zuckerberg lo ha presentato come “a completely new way of advertising online“, dichiarando che “For the last hundred years media has been pushed out to people, but now marketers are going to be a part of the conversation. And they’re going to do this by using the social graph in the same way our users do“. In pratica, il Facebook Ads consentirà agli advertisers di inserire la loro pubblicità ovunque all’interno del social network, targhettizzando di fatto il profilo dei suoi membri (età, sesso, interessi, ecc.) nonché le loro interrelazioni (grafo sociale) a scopi promozionali e di branding. E questa è la componente Social Ads di questo nuovo sistema pubblicitario: le altre due sono Beacon (gli utenti del social network possono implicitamente “raccomandare” brands ad altri membri di Facebook attraverso i propri feeds RSS) ed Insight (un’interfaccia tramite la quale gli advertisers hanno la possibilità di monitorare l’attività degli utenti di Facebook in relazione alle proprie pubblicità, nonché le performances di queste ultime).
Sulla base del Facebook Ads le aziende possono anche creare dei loro profili nel social network (Facebook Pages), dei profili speciali il cui obbiettivo primario è naturalmente quello di promuovere i loro brands, e possono svolgere tutte le attività che normalmente svolge un qualsiasi membro di Facebook.

Categorie: Facebook, Online Advertising, Privacy, Pubblicità Online, Social Networking
Privacy: L’ICANN non tocca il Whois
Scritto da Enrico Bertini | 6 Novembre 2007
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C’era la possibilità che l’ICANN, l’Internet Corporation for Assigned Names and Numbers, decidesse di terminare il servizio Whois, quel servizio che, da sempre, consente di ricercare informazioni in merito ad un determinato dominio Internet, informazioni che riguardano il suo possessore, le sue date di registrazione e di scadenza, il suo Registrar, nonché informazioni concernenti una serie di contatti tecnico-amministrativi ai quali è possibile fare riferimento per comunicazioni circa il dominio medesimo. I difensori della privacy hanno sostenuto a gran voce l’assurdità di dover rivelare delle informazioni personali soltanto perché si possiede un sito web, e la loro tesi di fondo è che qualunque informazione personale esposta su Internet può di fatto essere facile preda di spammers e/o di scammers, i quali possono utilizzarla per finalità di disturbo. C’è stata una proposta che, se approvata, avrebbe potuto dar luogo all’abolizione del servizio Whois nel 2008, ma l’ICANN l’ha respinta, decidendo di continuare a studiare la problematica.

Categorie: Privacy
Web Economy: privacy o superprivacy? Attenzione!
Scritto da Enrico Bertini | 3 Novembre 2007
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Su Micro Persuasion, Steve Rubel cita un articolo di AdAge, un’articolo che parla di un’iniziativa per la tutela della privacy promossa da alcune organizzazioni, comprendenti l’Electronic Frontier Foundation, ed il cui obbiettivo è la creazione di una Do-Not-Track List, cioè l’istituzione di un elenco Internet di non tracciabilità via cookies dei gusti/preferenze degli utenti per finalità di targeting comportamentale.

Categorie: Attention Economy, Online Advertising, Privacy, Web Economy
Google: per una privacy globale
Scritto da Enrico Bertini | 17 Settembre 2007
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Uno degli obbiettivi di Google in materia di Internet privacy è la creazione di uno standard internazionale che protegga la privacy degli utenti e dei consumatori. E deve trattarsi di uno standard forte, non equivocabile e non aggirabile. Esso dovrebbe tenere conto, sia delle difficoltà delle aziende nel rendersi conformi globalmente alle più disparate normative, sia delle varie nonché differenti esigenze politiche internazionali. Ma dovrebbe anche essere uno standard flessibile, in quanto studiato per regolare una realtà tecnologica in costante mutamento.
Con l’intento di favorire l’apertura di una discussione in proposito, Google sta lanciando in questi giorni un appello internazionale, un invito rivolto ad aziende ed organismi regolatori di tutto il mondo a considerare la creazione di uno standard universale sulla privacy.
L’azienda di Mountain View lo ha fatto con un discorso tenuto da Peter Fleischer, suo Global Privacy Counsel, alla recente conferenza francese dell’Unesco, e lo sta facendo tramite il proprio Google Public Policy Blog, dove un articolo dello stesso Fleischer sottolinea che “The majority of the world’s countries offer virtually no privacy standards to their citizens and businesses. And even if every country in the world did have its own privacy standards, this alone would not be sufficient to protect user privacy, given the web’s global nature. Data may move across six or seven countries, even for very routine Internet transactions. It is not hard to see why privacy standards need to be harmonized and updated to reflect this reality“.
Nell’articolo, Fleischer cita la globalizzazione, ribadisce che tutti i business sono ormai potenzialmente internazionali, ricorda di come sempre più dati ed informazioni attraversino Internet su scala planetaria, e pone l’accento sul fatto che “As data crosses geographic boundaries, the policies controlling it change“. Egli afferma altresì che l’Internet privacy è un tema estremamente sensibile, e che il dibattito che lo riguarda coinvogle ormai chiunque, fino ai “più comuni” cittadini.
Sostanzialmente, nei vari Paesi, ci sono dunque leggi sulla privacy troppo diverse tra loro, addirittura confliggenti in molti casi, e ciò persino all’interno degli Stati Uniti: una roba da far venire il “mal di testa” a chiunque si debba conformare a questo vastissimo e disomogeneo insieme di norme.
Ecco quindi che Google si fa carico di sollecitare la creazione di uno standard globale in materia di Internet privacy, uno standard che soddisfi ed equilibri le esigenze di molti: Stati, regolamentatori, controllori, aziende ed utenti/consumatori.
Ma non deve trattarsi di uno standard capace di dirimere soltanto le questioni concernenti la data retention, una problematica sulla quale esistono varie visioni contrastanti: esso deve essere un qualcosa di decisamente più complesso. Ed in questo senso, l’occhio di riguardo di Google è rivolto all’APEC Framework (Asia-Pacific Economic Cooperation Privacy Framework), un documento le cui linee guida potrebbero costituire la base sulla quale costruire una normativa armonizzata da utilizzarsi su scala mondiale:
“The APEC framework already carefully balances information privacy with business needs and commercial interests, and unlike the OECD guidelines and the European Directive, it was developed in the Internet age” dichiara Peter Fleischer a proposito del documento.
C’è comunque qualcuno che ha ipotizzato l’esistenza di una relazione tra questa nuova iniziativa di Google e le resistenze incontrate dall’azienda nella sua decisione di acquisire DoubleClick (le maggiori resistenze sono scaturite da parte dei sostenitori della privacy), e si è parlato di “pressioni” alle quali l’azienda sarebbe soggetta. Peter Fleischer ha negato una tale relazione, e nell’articolo del Google Public Policy Blog si legge: “Whatever route we choose to pursue in solving the problem of global privacy standards, there is no question that the problem must be solved. It is time that data — the most globalized and transportable commodity in the world today — become treated in a similar way as other subjects of international trade. It is time that privacy policy, like the data its meant to protect, become global“.
Indubbiamente, i piani di Google in materia di Internet privacy sono molto più che ambiziosi, e nonostante Google sia l’azienda che è, non gli sarà affatto facile promuovere una “privacy globale”.
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