Open Source Trends: potrà Davide battere Golia anche nel cloud computing?
Scritto da Enrico Bertini | 6 Luglio 2009
Nella storia dell’industria del software, prima del cloud computing e del SaaS c’era un magico (e meraviglioso) piccolo trend chiamato open source, dice un articolo di RedMonk che cita la frase di Matt Mullenweg "My challenge to everyone competing with Amazon, Google and Microsoft is to remember that you’re competing with Amazon, Google and Microsoft. These are strong technology companies, and if you’re going to compete with them, open source is the only way to do that. Otherwise, you have no leverage". Infatti, continua l’articolo, l’open source ha permesso ai piccoli di competere con i grandi facendo leva sulle proprie debolezze anziché dovendo fare i conti con esse.
È la storia di Davide contro Golia quella dell’industria del software, dice inoltre l’articolo, una storia che ha visto ad esempio un sistema operativo (Linux) ed un browser (Firefox) open source conquistare fette sempre più ampie del mercato di Microsoft, nonché una storia che recentissimamente ha visto altresì l’acquisizione di Sun da parte di Oracle anche a causa della progressiva affermazione dello stack open source LAMP (Linux, Apache, MySQL, PHP).
"Quale sarà quindi il futuro impatto dell’open source nel cloud computing?", si chiede poi l’articolo.
Attraverso un serie di domande e risposte, Stephen O’Grady, autore dell’articolo nonché fondatore ed analista di RedMonk, svelando che aziende come Canonical, Cloudera, Convirture, Dell, IBM, Reductive Labs, Red Hat, Microsoft, Sun, ecc., sono clienti di quest’ultima, esprime dei dubbi sul fatto che, nella storia del software, Davide possa battere Golia pure "on the cloud". Ed il motivo è che il software open source, da solo, non è sufficiente a realizzare economie di scala alla maniera di possessori/fornitori di infrastrutture globali di cloud computing come Amazon, Google, o Microsoft (vedere "Trends: l’era dei megacomputers globali"), ma anche alla maniera di fornitori di soluzioni aziendali in quest’area come HP, IBM, oppure Oracle.
Perciò, la domanda fondamentale da porsi secondo O’Grady è se il software open source sarà veramente in grado di favorire la creazione di infrastrutture di cloud computing alternative a quelle dei big players nonché capaci di "rompere" il l’oligopolio di questi ultimi.
Nel prosieguo dell’articolo Stephen O’Grady argomenta a lungo su questo punto, e lo fa parlando della mancanza di standards e di interoperabilità nell’area del cloud computing, dove attualmente fornitori di servizi PaaS (Platform as a Service) o IaaS (Infrastructure as a Service) costruiscono in prevalenza soluzioni proprietary, peraltro appoggiandosi sulle dominanti infastrutture di Google, di Salesforce, o di Amazon. E competere ad esempio proprio con Amazon è ad oggi estremamente arduo, sottolinea O’Grady citando Cloudera e le sue soluzioni enterprise basate su Hadoop.
E mentre il software open source potrebbe sicuramente giocare un ruolo importante nella creazione di "clouds" privati, conclude sostanzialmente Stephen O’Grady, forse l’alternativa ai big players nel mondo del cloud computing potrebbe venire dal binomio open source-host providers, ossia dai fornitori di servizi di hosting i quali, per rimanere in competizione in un mercato dell’IT dove tutto andrà "sulle nuvole", potrebbero in massa implementare stacks open cloud così come in passato hanno implementato stacks LAMP.
Ma da che cosa sarà fatto questo open cloud stack?
O’Grady menziona Ubuntu "Karmic Koala" con integrato "Eucalyptus (Elastic Utility Computing Architecture for Linking Your Programs To Useful Systems) quali possibili software di riferimento per l’open cloud stack, insieme a Convirt, Drizzle, Hadoop, Puppet, Reasonably Smart, KVM, ecc.
Potrà quindi in ultima analisi Davide battere Golia anche nel cloud computing?
Parrebbe proprio di no. Ai posteri…
Categorie: Open Source, Trends
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