New Media Economy: sostenibilità dei modelli di business
Scritto da Enrico Bertini | 27 Giugno 2009
Andrew Keen sostiene praticamente da sempre che il Web 2.0, pur rivoluzionando il mondo dei media tradizionali, non è in grado di creare una nuova media economy sostenibile. In altre parole, il modello gratuito proprio del Web 2.0 non funziona dal punto di vista economico perché non è in grado di produrre guadagni neanche lontanamente sufficienti a coprire i costi infrastrutturali e di personale: Twitter ancora non genera ricavi, ad esempio, mentre YouTube sembra perdere meno di quanto precedentemente stimato (con Econsultancy che indica altre valenze del servizio di video sharing per Google), e per ciò che concerne la long tail della blogosfera [2] (premesso che questa esiste davvero) un articolo del Guardian ne preconizza la morte provocata dall’emergere degli streams.
La galoppante crisi dei media tradizionali è poi un fatto ormai più che evidente, il quale ovviamente sta innescando discussioni a non finire sul futuro delle news online nonché una battaglia a tutto campo sugli aggregatori di notizie, con tutti che sono alla ricerca di un probabilmente inesistente solido modello di riferimento generale di monetizzazione dei media online alternativo a quello precedentemente applicato per i media cartacei: visto che il modello free non rende o non rende abbastanza, cioè, si pensa a modelli freemium, a micropagamenti, oppure ad edicole elettroniche come ora propone Journalism Online.
La questione è che la Rete devalorizza qualsiasi cosa che tocca, dice Tom Foremsky su ZDNet, perché essa è il luogo delle tecnologie dirompenti (IBDTs – Internet-based disruptive business technologies), quelle tecnologie così efficaci e a così basso costo che il loro successo non può essere arrestato da chicchessia. Ma nell’articolo Foremsky precisa poi che egli sta parlando di valore da un punto di vista puramente materialistico del termine, non perciò culturale, ed argomenta degli effetti deflazionari di Internet portando diversi esempi che comprendono l’outsourcing, la musica, il cinema e la TV, i giornali, l’open source, le telecomunicazioni, l’advertsing, ecc.
Chris Anderson, inoltre, teorico della long tail economy, ed ora anche della free economy unitamente a Kevin Kelly (nel suo libro "Free: The Future of A Radical Price" Anderson sostiene che "il gratis" è una strategia di business di comprovato successo e dalla quale dipenderà la futura sopravvivenza di molte aziende), ha recentemente affermato, durante una conferenza, che qualsiasi cosa diventi digitale diventerà anche gratuita, e che questo fatto rappresenta una sorta di "legge di gravità" per il mondo online. Anderson ha altresì toccato il tema dell’approssimarsi allo zero dei costi marginali dei prodotti digitali nel suo intervento, e dell’approssimarsi allo zero dei costi marginali di distribuzione dei contenuti web parla un articolo di GigaOm intitolato "Microeconomics of the Consumer Web".
Ed eccolo l’inizio dell’articolo di GigaOM: "The marginal cost of delivering web-based content is approaching zero, so while some publishers continue to charge for it, they are the exception and not the rule. This has led to the reliance on advertising as a revenue model by most consumer web publishers. But if the marginal cost of a page of content is zero, isn’t the marginal cost of a page of ads zero, too? This assumption, coupled with the financial crisis, has many people questioning the viability of advertising as a long-term revenue strategy. So is advertising dead?"
A voi le conclusioni.
Categorie: Media, Media Digitali, Web 2.0
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Strano non sia ancora chiara la chiave di svolta.
Io credo che “gratis e pagamento” siano perfettamente conciliabili quando si comprende che lo stesso concetto di “pagamento” cambia.
Così come cambieranno i new media, così cambieranno forme, metodi e soprattutto l’idea stessa di retribuzione.
Quali?
non sveliamo subito i segreti… tuttavia, in Italia, siamo dei pionieri.
bellissimo tema wordpress. È possibile averlo in qualche modo?
Per l’articolo.
In questo periodo di crisi, è ovvio che tutti i protagonisti ne risentano. L’importante è, che internet faccia da “apri porte” per dare potere al consumatore. Perchè adesso prima che cittadini, siamo consumatori(aimè!). In modo che il consumatore plasmi l’azienda e non il contrario.
Sul tema WordPress: no, non è possibile, perché è il frutto di modifiche, su modifiche, su modifiche mie personali ad un tema che ho trovato in Rete.