Web 2.0: social business media?

Scritto da Enrico Bertini | 17 Aprile 2009

socialbusinessmedia.png Mentre un sondaggio di Pew Internet ci mostra nuovamente come la Rete abbia giocato un ruolo importantissimo nelle recenti elezioni presidenziali americane, e come la popolazione statunitense abbia seguito online la politica partecipandovi attraverso i social media, mentre un’indagine realizzata da Michael Stelzner ci informa che circa il 90% dei marketers utilizza i social media (in primis Twitter, i blogs, LinkedIn e Facebook) per le proprie finalità di business, mentre Facebook raggiunge quota 200 milioni di utenti, mentre il traffico di Twitter esplode e le ricerche su Twitter fanno registrare un balzo del 130% a Marzo 2009, mentre un’ulteriore indagine di WebTrends denota invece che i marketers delle grandi aziende ancora non usano Twitter e che questa è la norma, nel mentre tutto questo, appunto, in un’intervista realizzata da TechCrunch, Andrew Keen, imprenditore, autore, nonché critico ormai storico della democratizzazione dei media e del Web 2.0, adesso definisce quest’ultimo "fucked" (fottuto), e ciò essenzialmente per il seguente motivo: anche se esso sta rivoluzionando il mondo dei media tradizionali (spazzandoli via), la realtà è che di fatto il Web 2.0 non è in grado di creare una nuova media economy sostenibile.

"Web 2.0 doesn’t work – it doesn’t generate revenue" dice Keen, sebbene esso crei libertà di autoespressione. Siamo inoltre agli albori di una nuova era di individualismo, aggiunge Keen, un’era generata principalmente da Twitter, e nella quale gli individui diventeranno brands e dove ognuno di noi sarà essenzialmente "il prodotto". Saranno infine sempre più i nostri skills ad essere in gioco nei social media, continua ancora Keen, in maniera sia marxiana che darwiniana, e questa cosa può anche intimidire e spaventare qualcuno.

Vorrei limitarmi a dire questo su quanto afferma Andrew Keen: è estremamente probabile che determinati possibili futuri scenari del Web 2.0 possano intimidire o spaventare diverse persone, sebbene ad esempio chi fa sport professionistico a certi livelli è già egli stesso un brand e da un pezzo, ma non credo sia questo il punto centrale della questione.

Il vero nocciolo della questione è invece capire se, quando ci riferiamo al Web 2.0 e a certi scenari che si delineano al suo interno, stiamo parlando di social media oppure di social business media, perché non comprendere questo è come "mischiare la marmellata con il pesce": soltanto quando "il mondo" avrà definitivamente maturato una tale comprensione profonda si potrà poi effettivamente stabilire se il Web 2.0 è oppure no in grado di creare una nuova fiorente media economy.

Categorie: Media, Media Digitali, Social Media, Web 2.0

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Commenti


  1. fuliggians says:

    Ormai la tendenza è chiara. La rivoluzione 2.0 non si può fermare, e come ben dici i cambiamenti saranno sempre di più, sempre più veloci, e probabilmente faranno paura a molti, quando si renderanno conto della portata del cambiamento. Sono felice inoltre di sentire altri parlare di brand yourself, di come noi saremo il prodotto, perchè questo renderà sempre più fondamentale valutare le persone per l’effettivo merito. Spesso se ne è parlato anche su Funkyrev.Sono però in disaccordo riguardo la distinzione tra sm e sbm. Il business connesso ai social media esiste in quanto social media; basati su nuovi valori di condivisione che sempre una maggior platea abbraccia. Se si cerca di governare troppo il business nei sm se ne snatura il significato, e in questo senso un approccio di marketing brutale, non innovativo applicato ai social network non sarà mai in grado di sostenere nuove fonti di reddito sostenibili. D’altronde è sempre stato così, il network ripaga la bravura, i bravi, quelli veramente bravi che spiccano col loro brand possono fare business (e molto probabilmente lo faranno proprio mescolando pesce e marmellata) tutti gli altri dovranno rendersi conto che sm vuol dire per il 99,9% delle persone partecipazione, informazione, e non guadagno.

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