Media: Web contro carta

Scritto da Enrico Bertini | 14 Gennaio 2009

webcontrocarta.png Nel 2004, in "The Vanishing Newspaper", Philip Meyer, professore emerito di giornalismo presso la University of North Carolina, teorizzava che l’ultima copia cartacea del New York Times sarebbe stata stampata nel primo trimestre del 2043, un anno che avrebbe altresì segnato la scomparsa delle edizioni cartacee dei quotidiani statunitensi. Tre anni dopo, nel febbraio 2007, Arthur Sulzberger, chairman ed editore del New York Times, dichiarava soprendentemente di non sapere se di lì a cinque anni sarebbe ancora esistita un’edizione cartacea del New York Times, argomentando che il giornale stesso ha intrapreso un viaggio che si concluderà il giorno in cui esso cesserà di essere stampato. Sempre Sulzberger, nell’ottobre 2008, aggiungeva anche che la fine delle edizioni cartacee dei giornali non è necessariamente da considerarsi un dramma per i giornali stessi, e che quindi il New York Times non avrebbe dovuto preoccuparsi più di tanto di questo fatto: il punto vero, sottolineava a più riprese Sulzberger, ha a che fare con l’essere (leader) laddove sono i lettori, e se questi ultimi sono online e vogliono informarsi su Internet è esattamente lì che occorre servirli. Noi viviamo in un mondo ormai dominato da Internet, ricordava inoltre Sulzberger, e il cambiamento epocale che la Rete sta producendo nell’intero mondo dei media e dell’informazione richiede adattamento.

Proprio il New York Times sta attualmente attraversando un periodo di crisi nonché una fase di forzato adattamento all’era Internet. L’accelerato calo delle vendite dell’edizione cartacea del giornale, la conseguente riduzione della raccolta pubblicitaria, nonché la sfavorevole situazione economica attuale, hanno creato per il New York Times una preoccupante condizione finanziaria fatta di debiti, problemi di liquidità e strette creditizie, con la New York Times Company che è stata recentemente costretta ad ipotecare l’edificio del proprio quartier generale: un’altra decisione è stata poi quella di iniziare a vendere pubblicità sulla prima pagina del giornale stesso, cosa che peraltro fanno già anche altri quotidiani.

Data la suddetta situazione, si vocifera da più parti della possibilità che il New York Times possa essere pubblicato esclusivamente online molto prima di qualsiasi futuristica previsione, e ciò con l’obbiettivo di ridurre notevolmente i costi rispetto all’edizione cartacea. Ma nonostante abbia visto crescere costantemente il proprio numero di lettori online paganti, e malgrado si approssimi a raggiungere i 200 milioni di pageviews mensili viste da 20 milioni di utenti unici (dati comScore), il giornale dovrebbe superare gli 1,3 miliardi di pagine viste al mese secondo una ricerca di ContentNext Media per esistere solo su Internet e raggiungere il break even point con gli attuali costi (da notare che il New York Times è in ottima posizione su Internet, ha lanciato dei nuovi servizi come TimesPeople o Times Extra, ed ha creato delle API a disposizione degli sviluppatori per accedere ai suoi dati). Il problema è che gli utenti e/o gli abbonati Internet non sono così profittevoli come gli utenti e/o gli abbonati della carta stampata, pur essendo i primi largamente superiori agli ultimi.

Non è comunque soltanto il New York Times ad essere interessato dalla rivoluzione che in atto nel mondo dell’informazione. Tutti i media tradizionali saranno investiti a pieno dal "ciclone" Internet, e si vedranno costretti a ripensare se stessi in ottica Web o Web-only. A parte il Chicago Tribune ed il Los Angeles Times, che hanno chiesto l’accesso alle procedure di bancarotta, diversi quotidiani statunitensi stanno già adottando strategie "all digital" (tutto online) per le proprie testate, eliminando in toto la stampa delle loro edizioni cartacee.

Fitch Ratings, l’agenzia di global rating che monitorizza la salute delle media companies, prevede che molti quotidiani cartacei falliranno nel 2009, e che entro il 2010 molti altri di essi esisteranno soltanto online. E l’American Society of Newspaper Editors sta attualmente pensando di eliminare il termine "paper" dal proprio nome, diventando semplicemente l’American Society of News Editors.

Secondo Clay Shirky, il 2009 sarà un bagno di sangue per i media tradizionali, causa anche la recessione economica, e la costante perdita di introiti pubblicitari per le loro edizioni cartacee (date le più basse tirature) li costringerà ad affidarsi completamente al Web per evitare di soccombere: Internet sta di fatto cambiando il modello di business per chi produce informazione, dice inoltre Shirky, e adesso sono i media online quelli che dominano la scena, per cui sono questi ad avere la capacità di attrarre gli inserzionisti. Ancora, ed in quanto ai giornali, Shirky parla poi di un progressivo cambio di paradigma in corso nella percezione comune che le persone hanno della loro esclusiva autorità od autorevolezza circa gli accadimenti o i fatti del mondo, e in merito ai modelli dì business online che i giornali potrebbero adottare cita Jeff Jarvis, il quale suddivide questi modelli in elitari o popolari, argomentando che le loro differenze risiedono negli obbiettivi che i giornali stessi intendono raggiungere sul Web (più autorevolezza, più qualità, più originalità, più pageviews, più commenti, ecc., od un mix di tutto questo).

Molti vedono però nella fine della carta stampata anche la fine del giornalismo di qualità, in quanto Internet rivoluziona completamente i modi di produzione e di fruizione dell’informazione: la deindustrializzazione e la globalizzazione dell’informazione stessa, l’enorme disponibilità di fonti informative differenti su scala planetaria, il ruolo di mainstream media assunto dall’intera blogosfera, il proliferare sulla Rete di aggregatori di notizie e di informazioni, il tempo reale dettato dalla Rete, la centralità dei motori di ricerca, l’information overload ed il diverso approccio alla lettura degli articoli online da parte delle persone rispetto alle versioni cartacee dei medesimi, le migliori (reali e/o presunte) performances in termini di pageviews ottenute sul Web da articoli brevi piuttosto che da lunghi articoli di approfondimento, le esigenze di ottenere a tutti i costi elevati volumi di traffico per singolo articolo secondo le regole proprie del Web, il totale nuovo modello di business dell’informazione online, tutto contribuirebbe ad abbassare la qualità dei contenuti giornalistici nonché a snaturare la funzione del giornalismo stesso, mettendo altresì a rischio il suo ruolo nella democrazia. Secondo questa visione, i giornali online si vedrebbero in pratica costretti a ripensare radicalmente loro stessi sia in termini organizzativi che per ciò che concerne i contenuti pubblicati, dovendo fronteggiare su Internet una concorrenza che non esisteva sul media cartaceo, e dovendosi forzatamente adeguare alle logiche di redditività proprie della Rete, delle logiche del tutto diverse da quelle della carta stampata. In altre parole, se ad esempio il giornalismo investigativo o corposi reportages si dimostranno non rendere abbastanza sul Web, almeno non tanto da raggiungere il break even point a livello di singolo articolo, i giornali potrebbero decidere di rinunciarvi del tutto, rinunciando magari anche a stipendiare determinate elevate figure professionali nell’ambito del giornalismo, privilegiando la pubblicazione di articoli più "leggeri" e/o più web-friendly, e venendo così meno al loro storico ruolo istituzionale.

Molti altri credono invece che, sebbene di tutti i media tradizionali siano i giornali quelli che hanno più da perdere con l’avvento di Internet, quello che sarà l’effettivo impatto sulla natura del giornalismo dipenderà anche e soprattutto dai giornali stessi, ovverosia dalla capacità che questi avranno di implementare delle vincenti strategie "all digital". Secondo quest’altra visione, un forte ripensamento organizzativo è d’obbligo comunque, ed i giornali devono comprendere a fondo le dinamiche dell’informazione online: da un lato essi dovrebbero specializzare meglio i propri editors o reporters per lavorare con e su Internet (e con gli strumenti messi a disposizione dalla Rete), mentre dall’altro, continuando a pubblicare articoli ad alto valore aggiunto nonché report originali, essi dovrebbero puntare sull’integrazione di contributi provenienti da moltissime altre fonti informative di qualità, di fatto aggregando e linkando le stesse. Secondo questa visione, poi, la qualità dei contenuti giornalistici paga sempre alla lunga, sebbene in maniera diversa nel mondo online rispetto a quello offline (per inciso l’audience raggiungibile online è incommensurabilmente più alta rispetto a quella offline), ma Internet ha cambiato la natura del contenitore di informazioni: date le caratteristiche del Web, nonché l’impressionante numero di affidabili fonti di informazione esistenti al suo interno (la maggior parte delle quali sono gratuite), non si adatta bene alla Rete un "omnibus" informativo come il giornale cartaceo, cioè un tipo di media tuttologico oltreché statico e non interattivo.

Nell’era del blogging, infine, e ci sono milioni di blogs credibili su Internet, l’informazione specializzata di valore è dappertutto, e come puntualizza Jeff Jarvis, "there is no more one job description - journalist - in one industry - newspapers - with one business model - print advertisingmore focused news companies contributing journalism and curation and other value; successful specialist bloggers growing large businesses (Gawker Media, TechCrunch, Silicon Alley Insider); smaller bloggers that are big enough to make them worthwhile to make; volunteer bloggers and contributors who add to the pie because they care and share; public-supported journalistic activity; crowd-created efforts, and on and on".

In conclusione, il fatto è che Internet, eliminando le barriere di ingresso all’editoria, ha allargato le frontiere del giornalismo, ed ha fatto in modo che la distribuzione di informazioni alle più ampie di fasce di audience globale possa avvenire a costi irrisori, quindi senza la necessità di fare più ricorso ad economie di scala (in proposito leggere anche "Weblogs and the Mass Amateurization of Publishing" di Clay Shirky): ed è anche per questo motivo che il futuro della stampa è sul Web.

Ma tutto quanto detto sopra i giornali ormai già lo sanno, ed Arthur Sulzberger sosteneva altresì per il New York Times che: "We are curators, curators of news. People don’t click onto the New York Times to read blogs. They want reliable news that they can trust. But the paper (online) can integrate material from bloggers and external writers. We need to be part of that community and to have dialogue with the online world".

Categorie: Internet, Media, Media Digitalicommenta




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