Internet: la sfida dell’abbondanza
Scritto da Enrico Bertini | 1 Aprile 2008
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Long tail economy, free economy, open source economy, openness economy, open knowledge economy, blogosphere economy, abundance economy, advertising economy, attention economy, ecc., sono tutti questi modelli economici possibili e/o implementabili diffusamente a livello globale, in quanto autonomi, autogestibili, nonché potenziali apportatori di equi benefici socio-economici per larghissime porzioni di collettività? Per cercare di ragionare nel merito, si può sicuramente partire dal presupposto che, grazie ad Internet, molto potrebbe essere possibile, in quanto in generale più è grande e differenziato un potenziale bacino attenzionale, una massa di utenza, un mercato, raggiungibili da chiunque, più sono di conseguenza grandi potenzialmente le ricompense ottenibili al suo interno da parte di moltissimi. E sulla Rete tutto è potenzialmente enorme, e pressoché chiunque avrebbe oggi la possibilità di "servire" un numero elevatissimo di utenti, anche se forse sarebbe ormai meglio definire questi ultimi con un appellativo più appropriato, non importa se troppo complesso: quello di persone/utenti/navigatori/prosumers/bloggers. Certo, rendere diffusamente applicabili tutti questi "strani" nuovi modelli economici è di sicuro una sfida, ma d’altronde l’economia in sé, oltre che un mezzo per analizzare le forze che si muovono sul mercato, è anche una scienza della progettazione.
Che poi la long tail economy e la free economy siano applicabili e siano state applicate più volte e con enorme successo è ormai un fatto pure troppo scontato, anche se incredibilmente molti rimangono ancora perplessi di fronte a tale verità: basta citare Google, Yahoo!, eBay, Amazon, ma anche MySpace, Facebook, diversi altri servizi Internet, moltissimi online media, nonché l’open source software, la cui crescita esponenziale ed affermazione ha favorito la nascita di una vera e propria più che fiorente open source economy: una openess economy che ha generato aziende, come ad esempio Red Hat, che ad oggi non sembrano temere neanche i recenti venti recessionistici, visti gli ultimi numeri di bilancio che presentano.
Sta però l’intera economia virando verso il gratis od il gratuito, o sono soltanto la web economy, la online media economy e la software economy a farlo, laddove, date le loro peculiarità, sono in ballo contenuti digitali e/o servizi anziché merci e/o prodotti?
Ebbene, nel suo prossimo libro "Free", anticipato su Wired, Chris Anderson, il teorizzatore della long tail economy, afferma che la free economy andrà ben al di là dall’interessare il mondo online ed i servizi oppure i beni immateriali, per estendersi ai prodotti, la cui facilità di produzione sarà talmente elevata che sarà possibile praticamente considerarli come qualcosa "to waste" (da sprecare): e proprio sprecando risorse di calcolo in ragione del costante crollo del costo dei transistors, ad esempio, allo Xerox Research Center di Palo Alto hanno creato, negli anni 60, l’informatica moderna, fa inoltre notare Chris Anderson.
Servizi e prodotti infiniti quindi, nonché infinite opportunità, non solo dematerializzazione e demonetizzazione dell’economia.
E la open knowledge economy? E la blogosphere economy? Davvero possono assicurare un più che dignitoso futuro economico alla stragrande maggioranza di coloro che al loro interno vogliono operare appieno? E chi paga per tutto questo costo zero? Sì, sì, la pubblicità, ma "pagheranno" anche i fans e chiunque voglia usufruire di consulenze aperte? Rappresenta cioè la long tail economy un modello per l’intera blogosfera, e quanti dovrebbero infine possedere davvero la cultura del free?
È la sfida dell’abbondanza questa. Tutto è partito da Gillette ed il problema non è nella tecnologia.
Categorie: Attention Economy, Blogosfera, Internet, Online Advertising, Open Source, Web Economy
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