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Online World: quanti davvero posseggono la cultura del Free?

Scritto da Enrico Bertini | 6 Febbraio 2008commentawikio


copy_transmission.png "Everyone loves to get stuff for free. We line up to get a free drink, we sign up for free checking accounts, and we’re happy to get a free gift with the purchase of our next car. We love free stuff, even though we all know and understand that free is an illusion" scriveva circa un mese fa Alex Iskold nell’articolo "The Danger of Free" pubblicato su ReadWriteWeb, e continuava dicendo che "After that free drink, we pay for the next three. The bank is making money by investing what we put in that checking account. The car dealer can afford to give away a small gift because the profit on the car is large. But none of this seems to bother us - free things still have a certain allure. But is the concept of free taking us down a dangerous road?". Nell’articolo Iskold argomentava poi circa le possibili implicazioni di una cultura (la nostra) forse fin troppo ossessionata dai concetti di "gratis" e di "gratuito", una cultura nella quale al consumatore viene sempre meno richiesto di pagare un prezzo per usufruire di servizi/contenuti online, stante il fatto che è il modello economico basato sulla pubblicità a farla sempre più da padrone. La logica è ovviamente quella dell’audience, che sul Web si traduce in termini di page views nonché in annunci pubblicitari che queste sono in grado di generare/sostenere, con introiti ottenibili quasi esclusivamente attraverso sistemi PPC (Pay-Per-Click) od affini.

Google è quella che più di ogni altro ha saputo brillantemente far leva sul modello Free, costruendo l’azienda di enorme successo che è oggi, diceva ancora Iskold nel suo articolo, ma può questo modello rappresentare anche un rischio oppure un paradosso (nel mondo offline nulla è gratis) in termini di tendenza generale del mondo online? In realtà, concludeva l’articolo, anche sul Web nulla è gratis, in quanto noi otteniamo servizi/contenuti in cambio del nostro tempo ed attenzione, nonché in cambio dell’opportunità di ricevere pubblicità.

Certo, non è un modello economico facile da implementare quello del gratis/gratuito, ed anche qui contano le dimensioni di chi lo applica, nonché la massa critica da raggiungere per trarne dei benefici più o meno tangibili. E sebbene siano i bilanci di Google quelli che hanno reso chiaro ai più come ottenere degli enormi benefici economici dal suddetto modello, come sostiene Chris Anderson, "tutto il Web è costruito principalmente attorno a due economie non-monetarie ma monetizzabili basate su attenzione (traffico) e reputazione (links)".

Il "gratis" o "gratuito" nel mondo online, ha perciò un intrinseco valore economico secondo Chris Anderson, il quale citando Fred Wilson ("Most web apps will be monetized with some kind of media model. Don’t think banner ads when I say that. Think of all the various ways that an audience that is paying attention to your service can be paid for by companies and people who want some of that attention") illustra vari modelli di business centrati sul Free, non solamente basati sulla pubblicità, ed argomenta che "Both media and most online businesses are based on ’software economics’, where the cost of creating something of value is relatively high but the marginal cost of distributing it to each consumer is very low".

Quest’ultimo concetto è inoltre correlato a quanto espresso da Kevin Kelly in un articolo pubblicato sul suo blog The Technium, ed intitolato "Better Than Free", un articolo nel quale Kelly descrive Internet nella maniera seguente: "The internet is a copy machine. At its most foundational level, it copies every action, every character, every thought we make while we ride upon it. In order to send a message from one corner of the internet to another, the protocols of communication demand that the whole message be copied along the way several times. IT companies make a lot of money selling equipment that facilitates this ceaseless copying. Every bit of data ever produced on any computer is copied somewhere. The digital economy is thus run on a river of copies. Unlike the mass-produced reproductions of the machine age, these copies are not just cheap, they are free. Our digital communication network has been engineered so that copies flow with as little friction as possible. Indeed, copies flow so freely we could think of the internet as a super-distribution system, where once a copy is introduced it will continue to flow through the network forever, much like electricity in a superconductive wire. We see evidence of this in real life. Once anything that can be copied is brought into contact with internet, it will be copied, and those copies never leave. Even a dog knows you can’t erase something once its flowed on the internet" (nota: un eccezionale articolo da leggere con estrema attenzione).

Ecco infine una domanda: quanti davvero posseggono la cultura del Free?

Categorie: Internet


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Commenti

4 Risposte a “Online World: quanti davvero posseggono la cultura del Free?”

  1. Federico Bo il 7 Febbraio 2008 10:12

    Avevo già inserito la lettura di “Better Than Free” tra i compiti del fine settimana :)

  2. Enrico Bertini il 7 Febbraio 2008 11:11

    Ciao Federico,

    E avevi fatto bene.
    Si tratta davvero di una eccellente lettura.

  3. Long Tail Economy: un modello economico per l’intera blogosfera? | Stalkk.ed il 11 Marzo 2008 16:18

    […] ancora Kevin Kelly. Dopo "Better Than Free", un articolo del quale avevo parlato in "Online World: quanti davvero posseggono la cultura del Free?", su The Technium Kevin Kelly ha adesso pubblicato "1.000 True Fans", un ulteriore […]

  4. Internet: la sfida dell’abbondanza | Stalkk.ed il 1 Aprile 2008 21:18

    […] E la open knowledge economy? E la blogosphere economy? Davvero possono assicurare un più che dignitoso futuro economico alla stragrande maggioranza di coloro che al loro interno vogliono operare appieno? E chi paga per tutto questo costo zero? Sì, sì, la pubblicità, ma pagheranno anche i fans e chiunque voglia usufruire di consulenze aperte? Rappresenta cioè la long tail economy un modello per l’intera blogosfera, e quanti dovrebbero infine possedere davvero la cultura del free? […]

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