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Life on the Net: privacy e gestione dell’identità online, due problematiche scottanti

Scritto da Enrico Bertini | 16 Gennaio 2008commentawikio


onthenet.png La tutela della propria privacy e la gestione della propria identità online sono due delle problematiche a cui gli utilizzatori di Internet e dei servizi esistenti al suo interno sono maggiormente sensibili, spesse volte preoccupati, e diverse volte a ragione. Ma anche il possesso dei propri dati personali sparsi per la Rete è un problema che sta via via emergendo tra gli abitanti del telecosmo, con un sempre maggior numero di questi che rivendica diritti di piena cittadinanza digitale sicura e protetta. Di alcuni di questi diritti parlava un articolo di GigaOM di circa una settimana fa, un articolo a firma Alec Saunders (co-fondatore e CEO di iotum) ed intitolato "A Privacy Manifesto for the Web 2.0 Era", un articolo che poneva in evidenza i diritti degli utenti Internet di sapere/conoscere quali informazioni private i differenti servizi online raccolgono su di essi, ma anche come e per quale scopo tali informazioni verranno utilizzate. Perché se da un lato è normale che le aziende online raccolgano dati sugli utenti e sulle loro attività circa l’utilizzo dei servizi che esse mettono loro a disposizione (identificare utenti/clienti e cercare di soddisfarli rientra nei giusti obbiettivi di tali aziende), dall’altro esse dovrebbero fornire agli utenti stessi delle maggiori garanzie sul trattamento dei dati medesimi, rendendo altresì questi dati aperti nonché portabili.

Il problema della portabilità dei dati l’ho affrontato più volte qui su Stalkk.ed parlando di microformati, di open standards e dell’iniziativa DataPortability. E si tratta di un problema venuto più che mai alla ribalta dopo che Robert Scoble è stato bannato da Facebook ritrovandosi il proprio account cancellato, il tutto per aver tentato di esportare il proprio grafo sociale, e con il motivo di aver violato in pratica i Facebook Terms of Use.

Ho inoltre già sostenuto a più riprese che i dati prodotti/generati dagli utenti sono, ovviamente, di loro proprietà, e che questo va ben al di là del possesso delle proprie informazioni personali e della propria identità digitale, comprendendo finanche la propria attenzione.

Ho pure argomentato più volte a proposito di privacy su questo weblog, ivi compreso lo scottante tema di una superprivacy correlata all’annoso e costantemente riproposto dilemma sull’uso dei cookies.

Ecco, io credo si alla necessità di una maggiore privacy su Internet, ma non all’esigenza di una superprivacy.

Mi spiego meglio. La maggior parte dei dati personali che ci riguardano siamo noi ad inserirli nelle Rete, volontariamente, e con l’intento di utilizzare questo o quell’altro servizio. Spesse volte, per di più, lo facciamo anche con il fine di rendere visibili noi stessi, le nostre competenze, nonché le nostre attività su Internet, e per farlo utilizziamo frequentemente dei servizi che sono forniti gratuitamente. Svariate volte, ancora, nella "fretta" di aderire ad un certo servizio (determinata dalla curiosità, da esigenze, o da quant’altro), non prestiamo adeguata attenzione alla sua privacy policy, la quale, se letta attentamente, potrebbe riservarci alcune brutte sorprese. Quando poi condividiamo informazioni personali all’interno di social networks, ad esempio, lo facciamo proprio perchè è quello che davvero intendiamo fare, cioè partecipare ad un qualcosa che, per sua stessa natura, è pubblico (non privato), quindi molte delle preoccupazioni riguardanti la privacy che tali tipi di media dovrebbero garantire le trovo un tantino esagerate.

C’è poi il discorso dei cookies, essenziali per molti versi ai fini della web analytics, e che sono sempre cancellabili, e c’è pure quello del targeting comportamentale, che di per sé non viola nessuna privacy: di fatto no, se utilizzato soltanto per tentare di fornire messaggi pubblicitari in conformità con degli interessi potenziali.

Diversa cosa sono, al contrario, la condivisone non autorizzata di dati sociali associati a profili personali con gli advertisers o con entità terze parti operanti in ambito business, ancora peggio se implica il monitoraggio via cookies dei comportamenti degli utenti al di fuori dei social networks stessi (vedi "Online Advertising: l’avvento dei Fan-Sumers?"), oppure tutto ciò che ha a che fare con condivisioni, sempre non autorizzate, di indirizzi di posta elettronica o di dati appartenenti ad utenze telefoniche. Lasciamo poi da parte la diffusione intenzionale o accidentale di dati personali di tipo sanitario, finanziario, od affini, che per loro stessa natura, come fa notare il Guardian in relazione ad un recente incidente sucesso in Gran Bretagna, sono "caldi" tanto quanto le scorie nucleari.

Infine, venendo alla gestione della propria identità online, parlo ancora una volta dello standard OpenID. Utilizzando l’OpenID è infatti oggi divenuto possibile, per tutti coloro che posseggono un dominio Internet, delegare a quest’ultimo la propria autenticazione presso i vari servizi web che implementano lo standard stesso. In pratica, seguendo le istruzioni riportate nella pagina Delegation dell’OpenID Wiki, nonché consultando un articolo pubblicato da masuran.org, si può fare in modo che il proprio dominio Internet (e l’annesso blog o sito web) diventi la propria identità digitale, cioè quella utilizzata per connettersi a qualunque servizio OpenID-enabled esistente sulla Rete: e per chi usa WordPress esiste un plugin che implementa tali funzioni.

Ownership, Control, Freedom, sono le tre parole chiave circa i diritti fondamentali che gli utenti Internet dovrebbero avere secondo l’Open Social Web. È inutile dire che sono d’accordo, e che questi dovrebbero essere i principi di una normale e più serena Life on the Net.

Categorie: Digital ID, Internet, Privacy


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Commenti

6 Risposte a “Life on the Net: privacy e gestione dell’identità online, due problematiche scottanti”

  1. Matteo Brunati il 18 Gennaio 2008 15:50

    Ciao Enrico,
    gran bella sintesi e totalmente d’accordo sulle conclusioni.

    Una cosa un po’ piu’ tecnica, che continua il discorso:
    -> Identita’ digitale, un annoso dilemma…

    Non dico che sia facile, ma e’ la giusta direzione, cercando di plasmare quello che la tecnologia ci permette di fare con l’utilizzo reale e pragmatico della Rete nella nostra vita di tutti i giorni.

    Insomma, come fai emergere tu, dobbiamo essere consapevoli dei dati che rendiamo pubblici online come primo passo.

    E questo non dipende certo dalla tecnologia. .)

  2. Enrico Bertini il 18 Gennaio 2008 18:21

    Ciao Matteo,

    Esatto. Non dipende mai dalla tecnologia, la quale, IMHO, non è mai “cattiva” di per sé. Anzi, epistemologicamente parlando si può sostenere che la tecnologia è sempre neutra, o neutrale. È l’uso che di essa può essere fatto che può risultare contorto o distorto, dato che gli esseri umani non sono mai neutri o neutrali, anche quando sono (davvero) mossi dalle migliori intenzioni. Ma non voglio inoltrarmi più in là in questo discorso.

    Quanto al tuo articolo concordo che il valore del gratis è (spesse volte aggiungo, non sempre) in diretta relazione con il valore che noi stiamo creando al servizio che utilizziamo, sebbene non in fase di lancio (la quale può richiedere anche tempi lunghi - 1/2 anni ad esempio) e tenendo in debito conto i costi/investimenti che chi ci fornisce quel servizio deve sostenere per farlo. L’esempio della tessera dell’ipermercato calza inoltre a pennello, ed a me può anche non importarmene nulla del fatto che stanno “tracciando” le mie preferenze se ottengo dei benefici, ma quello che conta è che io devo esserne adeguatamente informato (l’implicito consenso non dovrebbe essere una cosa normale). Certo che se invece un’informativa esiste ed io non la leggo (o più o meno volutamente la “bypasso” ), la responsabilità è soltanto mia. Ancora, quando poi sono io stesso che decido autonomamente di rendere pubblici i miei dati in varie parti del Web, beh, allora …

    Su Internet e sull’identità digitale infine.

    Credo sia naturale che ormai, con decine di milioni di blogs (più i siti web) individuali residenti su altrettanti domini Internet, le identità dei “cittadini digitali” siano costituite/inglobate da/in questi ultimi (e poi quanto costerà un dominio Internet! Sicuramente molto meno della “dispersione” dei propri dati in giro per la Rete).

    Un BitTorrent-like network di identità digitali basato sul FOAF (le cui URLs possono essere date in pasto alle forms) nonché un social network distribuito basato invece sull’XFN (vedi DiSo) sono, IMHO, solo il punto di partenza.

    Quello che le tecnologie semantiche consentirebbero di fare va molto oltre tutto questo. Certo che in Italia … chi sta facendo che cosa e dove? Mi piacerebbe essere informato in proposito e magari potrei pure contribuire un tantino con le mie conoscenze.

    Non conoscevo Knowee. Ci guarderò dentro.

    E da ultimo, soltanto per curiosità, perché non usi né FeedBurner né il Google Reader?

  3. Matteo Brunati il 19 Gennaio 2008 13:40

    Parto dalla fine a risponderti: feedburner come sai prende il controllo dei feeds e di quello che sparano fuori…
    [vedi qui e qui ]

    Io invece, interpretando i feeds come la prima espressione minimale delle potenzialita’ del Web of Data, voglio averne il controllo e adeguarle, come in parte ho iniziato gia’ a fare.

    Perdo, e’ vero, il modo di tracciare statistiche sui lettori via feed, ma non e’ un problema per ora.

    Rispetto al Google Reader, sto cercando di trovare il tempo per aggregarmi e gestirmi anche con quello: feed tematici archiviati in uno store RDF, che sto allestendo.
    Adesso poi che SPARQL e’ uscito in forma definitiva, e’ tempo di provarlo per bene.

    E quale migliore occasione se non quella di rispondere ad un bisogno di findability? .)

    Diciamo che e’ un modo per obbligarmi a gestire le cose al meglio, e nello stesso tempo migliorarne l’interattivita’ e la condivisione ( il feed shared e’ limitato in effetti ).
    La lettura tramite Google Reader invece e’ fantastica, questo e’ vero.
    Ma si puo’ fare molto ancora.

    L’unico vero dilemma e’ il tempo a disposizione, ma ci sto lavorando.

    Sul quadro italiano qualcosa si muove in effetti: ti faro’ sapere…

    Ma il dilemma finale e’ la percezione dell’utenza di quanto importante sia la propria identita’, e la nostra reale rete sociale.
    -> People keep asking me to join the LinkedIn network,” he said, “but I’m already part of a network, it’s called the Internet.

  4. Enrico Bertini il 21 Gennaio 2008 18:43

    Matteo,

    Sto leggendo gli articoli che hai linkato, ed anche alcuni dei tuoi precedenti. Ho pure dato un’occhiata al tuo feed RDF, che ho trovato davvero interessante. Non mastico molto di SPARQL per il momento, dato che lo sto guardando solo nei ritagli di tempo. Attualmente, il mio obbiettivo primario è quello di lanciare Stalkk.ed, ed ho l’intenzione di far diventare il blog il più possibile “semantico” in tempi brevi.
    Mi piacerebbe tenere aperto questo thread di discussione proprio sulle tecnologie semantiche applicate ai blogs, alla blogosfera, nonché al buzz generato da quest’ultima (vorrei creare delle piccole “applicazioncine” semantiche per lo Stalkk.ed SuperBuzz che sto implementando).

    Ed ovviamente concordo sull’osservazione di Ben Smith a proposito del far parte di un super-network chiamato Internet.

  5. Casual.info.in.a.bottle » Blog Archive » Google, FOAF, XFN e Social Graph API: wow !!! il 2 Febbraio 2008 18:35

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