Cloud Computing: “ciclotroni” nelle mani delle moltitudini
Scritto da Enrico Bertini | 17 Dicembre 2007
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IBM ha recentemente annunciato “Blue Cloud”, un proprio servizio di cloud computing che verrà reso operativo a partire dalla primavera del 2008, un servizio attraverso il quale le aziende clienti di IBM potranno utilizzare i suoi data centers come risorse computazionali distribuite disponibili sulla rete Internet. Sulla base del modello della fabbrica computazionale (computing fabric) ed implementando tecnologie di virtualizzazione, Blue Cloud offrirà supporto a quelle aziende che hanno l’esigenza di creare/eseguire applicazioni Web altamente scalabili, nonché di gestire/elaborare massive quantità di dati in tempo reale, liberandole dalla necessità di effettuare ingenti investimenti in complesse infrastrutture informatiche. Blue Cloud sarà basato su standard aperti come le architetture SOA, su software open source come Hadoop, e la sua intera “nuvola di computing” (o griglia) avrà Linux quale piattaforma operativa.
Avevo già in precedenza affrontato il tema del cloud computing o utility computing su Stalkk.ed, parlando sia dei servizi offerti da Amazon in quest’area, sia di quelli proposti da 3Tera, sia anche di altri servizi come quelli di Sun o di FlexiScale. Ed in “Trends: il Cloud Computing e la Teoria del Redshift“, accennavo inoltre ad un progetto congiunto avviato proprio da IBM e da Google sul cloud computing in ambito accademico.
Ebbene, il cloud computing è senza dubbio uno dei trends emergenti dell’IT, ed è anche inserito nell’elenco delle 10 tecnologie strategiche indicate da Gartner per il 2008. E questo modello di fornitura/distribuzione delle risorse computazionali, descrivibile mediante una “metafora energetica”, diventerà probabilmente un modello dominante negli anni a venire, anni nei quali, altrettanto probabilmente, vedremo questo tipo di risorse trasformarsi in commodities.
Amazon, IBM, Google
Ad oggi, il ruolo di leader nella cloud computing industry spetta sicuramente ad Amazon con i suoi Amazon Web Services (l’ultimo dei quali è SimpleDB), una gamma di servizi attualmente adottata da centinaia di migliaia di sviluppatori, start-ups, ed aziende consolidate. IBM ha invece comunicato che vi entrerà fra breve con Blue Cloud, e lo stesso potrebbe/dovrebbe fare Google (vista l’imponente infrastruttura informatica che l’azienda possiede, stimata in circa 1 milione di servers, e che è stata battezzata, non a caso, “the cloud”), almeno stando a quanto dichiarato dal suo CEO Eric Schmidt (e riportato in un articolo di BusinessWeek): “Google aspires to be a large portion of the cloud, or a cloud that you would interact with every day“.
Anche Google aprirà quindi probabilmente la propria infrastruttura di computing e la metterà a disposizione delle aziende e degli sviluppatori, proprio come ha fatto Amazon, e lo stesso faranno, altrettanto probabilmente, anche Yahoo! e Microsoft.
Amazon, IBM, Google, Yahoo!, Microsoft
Amazon, IBM, Google, Yahoo!, Microsoft: ecco le 5 aziende che attualmente posseggono una “nuvola di computers” interconnessi sparsi sull’intero globo terrestre ed i quali formano 5 enormi supercomputers distribuiti (5 sistemi di cloud computing, appunto). Lo fa notare Prabhakar Raghavan, Yahoo! Research Chief, nel suddetto articolo di BusinessWeek, affermando che, mentre la marea di dati scientifici e di business sale costantemente su Internet, con le risorse di computing che diventano sempre più strategiche, soltanto queste 5 aziende posseggono un supercomputer di un certo calibro. E, stando alla metafora energetica, “Few others can turn electricity into computing power with comparable efficiency“.
Ma sebbene alcune persone possano essere innervosite dal consolidamento di tali potenze di calcolo nelle mani di così poche aziende, in “Dominating the cloud” Nick Carr sostiene che “That seems a little premature - and hubristic - to me. At the very least, I seriously doubt that all the world’s supercomputers will end up in the hands of US corporations“.
I ciclotroni
Dal canto suo, infine, Eric Schmidt paragona i data centers ai ciclotroni (costosissimi acceleratori di particelle), sostenendo che “There are only a few cyclotrons in physics. And every one if them is important, because if you’re a top-flight physicist you need to be at the lab where that cyclotron is being run. That’s where history’s going to be made; that’s where the inventions are going to come. So my idea is that if you think of these as supercomputers that happen to be assembled from smaller computers, we have the most attractive supercomputers, from a science perspective for people to come work on“.
Il cloud computing rappresenta perciò anche un’enorme opportunità per le piccole aziende e per gli imprenditori/sviluppatori che, senza avere la possibilità di investire ingenti risorse finanziarie per l’acquisto di infrastrutture informatiche di una certa potenza, hanno però la volontà di creare complesse applicazioni Web di nuova generazione in qualsivoglia settore tecnico/scientifico. E tali “ciclotroni” sono perlopiù basati su Linux, sull’open source e sugli open standards.
E sebbene esistono alcuni dubbi e/o scetticismi sull’attuale modello di cloud computing (come quelli espressi, ad esempio, da Kevin Burton), come voi utilizzereste un “vostro ciclotrone”?
Categorie: Trends
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