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Online Advertising: l’avvento dei Fan-Sumers? (Parte 3)

Scritto da Enrico Bertini | 30 Novembre 2007commentawikio


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Facebook rivede il Beacon, quella parte del suo sistema pubblicitario Social Ads che, utilizzando gli RSS feeds, rende pubblici i comportamenti di acquisto nonché le attività dei suoi utenti, anche quelle compiute all’esterno del social network, e le invia a mò di raccomandazione agli amici degli utenti stessi all’interno social network medesimo. Dopo le moltissime reazioni negative e le moltissime critiche ricevute da più parti, Facebook opta per la cessione di un maggiore controllo ai propri utenti nella pubblicazione di informazioni sensibili circa le loro attività online. Due differenti opzioni di controllo sui dati utente vengono adesso fornite dal social network di Palo Alto, e l’azienda assicura che da ora in poi non pubblicherà più certi tipi di informazioni in mancanza di un esplicito consenso da parte dei suoi membri.
Questo passo indietro di Facebook avviene anche in risposta ad una protesta/reazione che ha visto più di 50.000 utenti Facebook firmare una petizione online (su MoveOn.org) contro Beacon per delle sacrosante motivazioni riguardanti la privacy, una petizione il cui testo è il seguente: “Sites like Facebook must respect my privacy. They should not tell my friends what I buy on other sites–or let companies use my name to endorse their products–without my explicit permission“.

Ma diverse altre critiche mosse al Facebook Beacon erano state estremamente significative, come ad esempio quella di Charlene Li di Forrester Research, il cui “incontro ravvicinato” avuto con il Facebook Beacon non le era piaciuto per niente (e lo credo!), dato che si è era vista rendere pubblico su Facebook, senza averne notifica alcuna e senza aver di fatto accettato nulla esplicitamente, l’acquisto (privato) di un tavolo da caffè che aveva effettuato su Overstock.com (il quale usa il sistema Beacon, ma gli utenti non lo sanno) e per acquistare il quale aveva utilizzato la propria email personale (vedere l’articolo “Close encounter with Facebook Beacon“) e che non è di pubblico dominio su Facebook (magie dei cookies!).
There’s a fine line that gets crossed when behavior data slips from being a convenience to being Big Brother. This is one of those times. Give me back my control by letting me opt-in (not opt-out as is currently the case), or I’m installing the Beacon Blocker” diceva Charlene Li nel suo articolo.

Il problema di Beacon

In sostanza, sono la mancanza di trasparenza e la mancanza di controllo da parte dell’utente il problema del Facebook Beacon, in quanto ogni utente dovrebbe poter dare il proprio esplicito consenso alla pubblicazione di determinate informazioni che lo riguardano, anche se queste saranno visibili soltanto ai suoi amici. Inoltre, l’utente stesso deve essere informato su che cosa in realtà accade quando, essendo loggato dentro Facebook, effettua delle attività al di fuori del social network, soprattutto nel caso in cui tali attività generano dei flussi informativi personali che alimentano il sistema pubblicitario di Facebook medesimo. Non importa poi che Facebook sia un network economico piuttosto che un social network, come dicevo nella Parte 2 di questo articolo, l’importante è che l’utente deve poter decidere anticipatamente (perché informato) se egli vuole realmente partecipare a questo tipo di sistema pubblicitario.

“More than 40 different Web sites, including Fandango.com, Overstock.com and Blockbuster.com, had embedded Beacon in their pages to track transactions made by Facebook users”. dice la Yahoo! News che riporta della decisione di Facebook di revisionare il proprio Social Ads Beacon, “But thousands of Facebook users viewed the Beacon referrals as a betrayal of trust. Critics blasted the advertising tool as an unwelcome nuisance with flimsy privacy protections that had already exasperated and embarrassed some users”.

Facebook has the potential to revolutionize how we communicate with each other and organize around issues together in a 21st century democracy. But to succeed, they need the trust of their users. The fact that Facebook proactively chose to make it harder for their users to keep private information from being made public will rub a lot of Facebook users the wrong way. The ultimate act of good faith would be to switch to an opt-in policy” dichiarava inoltre Adam Green, portavoce di MoveOn.org, sulle colonne di CNET News qualche giorno fa.

Some people may also want the ability to stop Facebook not just from publishing information from third-party sites, but also from gathering that information at all. Many Facebook users have complained that they shouldn’t have to opt out every time Facebook wants to publish transaction information from third-party sites. Besides, some critics say, the opt-out notices are so subtle that many people don’t even notice them” aggiunge anche Anne Zelenka su GigaOM.

E mentre TechCrunch ora segnala di una nuova iniezione di fondi per 60 milioni di dollari che Facebook avrebbe ricevuto da Li Ka-shing (Chairman di Hutchison Whampoa), altri (Peter Kafka, Joshua Porter, ecc.) evidenziavano problemi e proponevano soluzioni per il Facebook Beacon.

Da ultimo, c’è anche un’intervista rilasciata proprio ieri a Bits da Chamath Palihapitiya, Vice President of Product Marketing and Operations di Facebook, e nella quale viene trattato a fondo lo scottante tema Beacon.

Il targeting comportamentale (behavioral targeting)

Ma che cosa c’entrano le problematiche sollevate dal Facebook Beacon con il targeting comportamentale e le sue pratiche che ora verranno discusse in sede di Unione Europea dalla Commissione per la Protezione dei Dati (Article 29 Data Protection Working Party)?
Non molto direi, e di behavioral targeting ho già parlato nell’articolo “Web Economy: privacy o superprivacy? Attenzione!“. Perché un conto è aumentare l’efficacia delle campagne pubblicitarie su Internet (e del web marketing) e fornire l’utente di pubblicità più rilevante utilizzando dati anonimizzati (non associabili ad informazioni personali) riguardanti interessi e stili di navigazione (siti web visitati, ricerche effettuate, ecc.), un’altro, completamente diverso, è di pubblicare lifestreams assolutamente personali all’interno di un contesto sociale o para-sociale agganciato al business in maniera non trasparente e senza che l’utente stesso ne abbia dato l’esplicito consenso.


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